19 gennaio, 2017

Corno inglese



In “Corno inglese”, componimento della raccolta “Ossi di seppia”, Montale inarca in un'unica (vacillante) architettura metrico-ritmica la visione di un paesaggio marino nella luce incerta del crepuscolo. Il vento echeggia metallico per poi innalzarsi in un frastuono che si attorciglia in una tromba d’aria. I suoni arrochiti e profondi producono una sinfonia arcana e sgomenta, mentre il mare spumoso s’illividisce. Tutto vibra e risuona: solo il cuore, “”scordato strumento” non palpita più, come intorpidito dall’aridità. Resta il vagheggiamento di una dimensione epifanica (“chiari reami di lassù”) dove l’angoscia di esistere senza vivere sia trascesa. E’l’anelito verso un regno lassù, oltre le nuvole fuggenti.

La lirica, intessuta di allitterazioni e voci onomatopeiche, di potenti metafore trova nella paronomasia “scordato – cuore” il suo accordo più armonico, eppure dissonante. La costruzione spezzata delle frasi frantuma il discorso, scheggia le immagini: rimangono soltanto frammenti di sogni.

ll vento che stasera suona attento -
ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.



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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 gennaio, 2017

Inautenticità



La vita della nostra epoca sembra condannata all’inautenticità.

Le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari e specialmente negli ambienti di lavoro sono improntate a convenzionalità: la cortesia sovente, quando non cela invidie e competizione, si congela in uno scambio formale di frasi fatte.

Il tempo è fagocitato da incombenze tanto onerose quanti inutili a tal punto che non ce ne resta per vivere e per essere. Nel passato brevi esistenze erano bruciate dal fuoco della creazione: poeti, artisti, filosofi infiammavano di ispirazione gli orizzonti, oggi inceneriti da una nebbia grigia ed uniforme. Essi sapevano trasformare la cronaca della vita in épos: in un dipinto di Caravaggio un banale brano di realtà assurge ad emblema, con l’istante che si traspone nell’atemporalità.

Ha ragione Heidegger quando suggerisce che il significato più profondo del mondo non si annida nella scienza, ma nella genesi poetica, nella potenza del linguaggio simbolico. Attualmente, però, la pletora di parole (sempre il filosofo tedesco le bolla come “chiacchiere”) è sinonimo di incomunicabilità il cui cristallo freddo e perentorio non sappiamo neppure incrinare.

Il nostro percorso è un’odissea senza grandezza: come Ulisse siamo lontani dalla patria, ma non siamo consci di essere separati da Itaca. I viaggi attraverso mari burrascosi e terre incognite sono movimenti senza meta e senza senso. Nessuno ci attende nella “petrosa isola”; noi stessi non attendiamo più alcuno né alcunché.

I pochi che ancora cercano l’autenticità non riescono ad identificarla con qualcosa di definito. E’ comunque un privilegio non conoscere che cosa manchi, ma avvertire la necessità di riempire il vuoto, l’esigenza di tradurre l’assenza in presenza.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 gennaio, 2017

“Hunger games” tra denuncia ed acquiescenza al sistema



E’ famosa, soprattutto fra le nuove generazioni, la pellicola “Hunger games” per la regia di Gary Ross (2012), trasposizione dell’omonima saga scaturita dalla penna di Suzanne Collins.

“Hunger games” descrive una società distopica in cui un’élite di ricchi smidollati soggioga dodici distretti dove vive una popolazione ridotta in miseria. La classe dirigente, che vive in una città supertecnologica e corrusca, ogni anno organizza, a commemorazione di un tumulto sedato nel sangue, una lotteria culminante in una lotta mortale tra ventiquattro giovani, uno per ciascun distretto. [1]

La produzione ha quasi sempre incontrato il consenso sia del pubblico sia della critica, nonostante lo schematismo di certi espedienti narrativi, già visti (e letti) in altre opere del sottogenere fantascientifico-distopico. Ci pare che, da un punto di vista artistico, i pregi maggiori del film risiedano nella fotografia rutilante e nella recitazione, in grado di bilanciare una regia ed una sceneggiatura di taglio talora piattamente televisivo.

Sotto il profilo ideologico, “Hunger games” spicca per l’icastica rappresentazione del ceto al potere: è formato da individui fatui, sciocchi, dall’identità sessuale ambigua. E’ il ritratto perfetto della società prossima ventura con una classe di potenti impotenti, di oziosi alla frenetica ricerca di piaceri: la loro stessa crudeltà è scintillante di lustrini e di frivolezze.

Fondamentale è il ruolo che assume la tecnologia nel mondo di “Hunger games”: impianti sottocutanei per la localizzazione, ologrammi, droni, videosorveglianza globale… il film squaderna una serie di ritrovati, molti dei quali appartengono già ai nostri tempi tecnocratici. Con questo scenario futuribile stride, in un’efficace dissonanza, l’atmosfera decadente da Basso Impero: ormai l’”umanità” che tiene le leve del comando è ebbra di sangue, sfatta, satura di noiosi divertimenti.

La pellicola è stata letta ora come denuncia dei piani orchestrati dai fautori del Nuovo ordine mondiale ora come esempio di programmazione predittiva. Ci pare che "Hunger games" si situi in una zona di penombra tra critica ed acquiescenza: purtroppo adolescenti e giovani si sono appassionati alle peripezie, soprattutto sentimentali, degli eroi, Katniss e Peeta, più che riconoscere i cenni alle insidie di una propaganda deviante. Esiste il rischio di staccare dalla produzione il romanzo d’avventura, isolandolo dalle valenze critiche che, pur blande, non sono irrilevanti. Il rischio maggiore, però, è un altro: che la realtà prospettata in “Hunger games”, a base di emozioni effimere ma intense, di una tecnologia seducente, anche se coercitiva, sia considerata desiderabile.

L’opposizione al sistema pare ormai utopica, non per la debolezza di chi lo avversa, ma per la forza ed il convincimento con cui molti lo accolgono.

[1] In questa breve recensione ci riferiamo solo al primo episodio del ciclo narrativo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 gennaio, 2017

Qual è il significato del termine "elohim"?



Un’analisi etimologica comparata ci permette di accostarci al significato del controverso termine biblico “elohim” (singolare “eloha”). Il vocabolo è reso con "dei" (o "Dio"), ma qual è la sua possibile matrice?

Siamo ormai prossimi a smentire il valore propugnato da sedicenti eruditi che, dall’alto della loro pedante saccenteria, attribuiscono al lessema il peregrino significato di “legislatori”, mentre ci sembra più probabile quello di “splendenti”, “luminosi” con uno slittamento semantico identico a quello, ad esempio, che occorre nel latino dove "deus", “dio” viene dalla radice “deiwo” che rappresenta la nozione di “luce”.

Sempre a proposito di luce, vediamo che cosa scrive il glottologo G. Devoto: “Sole, lat. sol, parola antichissima, di ricca ancorché disturbata tradizione. La forma originaria sembra si debba restituire in SAWEL che appare nello stato più o meno primitivo anche nelle aree celtica e germanica, con diversa alternanza in quella indo-iranica, con ampliamento in –yo nella regione indiana, greca ('helios' da 'sawelios'), in altre forme ancora, più o meno semplici, nelle zone baltica e slava”.

Il prestigioso dizionario Etymoonline riferisce, sempre a proposito della genesi del vocabolo designante l’astro del nostro sistema: “'Sun', dall’antico inglese, 'Sunne' 'sole', dal proto-germanico *sunnon (fonte anche del norreno, antico-sassone, antico alto tedesco e del medio olandese 'sonne', dell’olandese 'Zon', del tedesco 'Sonne', (dal gotico SUNNO 'il sole'), tutti dalla base proto-indoeuropea 'S(u)wen' (fonte anche dell’ avestico 'xueng' 'sole', dell’antico irlandese 'fur-sunnud''che illumina'); un’altra base è *saewel- ‘brillare, sole’”.

Nell’antico inglese "Sunne" era femminile (come generalmente negli idiomi germanici) e fu usato con il pronome femminile fino al secolo XVI; da allora prevalse il genere maschile forse per influsso del francese.

Se oltrepassiamo il confine delle lingue indo-germaniche, alla ricerca di un ceppo comune da cui si diramano voci primigenie e significative sotto il profilo semantico, potremo vedere nell’ebraico “elohim” il permanere di un morfema ("el", con caduta della sibilante iniziale) indicante la luce, lo splendore?

A questo punto la domanda è quasi retorica.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 gennaio, 2017

Direzione sbagliata



E’ stata imboccata la direzione sbagliata: soprattutto le nuove generazioni hanno preso la strada che conduce al baratro. Sono schiere che potremmo definire di “vittime felici”: esse, lungi dal dominare la tecnologia, il tetro totem di questi tempi, aspirano ad essere dominate. Il controllo è diventato autocontrollo, anzi spontanea evirazione.

Un paio di esempi. Dilaga la demenziale moda del piercing. Non si accorgono adolescenti e giovani che tutti questi brillantini ed anelli impiantati in ogni dove sono altrettanti corpi estranei? Tatuaggi giganteschi e pacchiani, dilatatori dei lobi ed orrori simili dimostrano non solo una totale ignoranza dei danni alla salute che queste manie comportano, ma pure culto dell’apparenza: è un esibizionismo con cui si tenta di colmare il vuoto interiore, la penosa mancanza di interessi e di talenti.

E’ lodevole che ci si impegni a cercare adozioni per cani che languiscono in celle fredde ed anguste, ma, ogni volta in cui si cerca una famiglia per queste sventurate bestie, si decanta il fatto che sono vaccinati e microchippati. Allucinante! Il microprocessore sottocutaneo, che non ha impedito e non impedisce di continuare ad abbandonare cani e gatti, è causa di tumori oltre ad essere il prodromo di innesti destinati agli uomini. Non ci si accorge che la tecnologia odierna è spesso un cavallo di Troia per espugnare le ultime roccaforti di un’agonizzante umanità? [1]

E’ errato l’approccio nei confronti dei media: non affermiamo che si devono del tutto ignorare, ma che bisogna aggredirli in modo implacabile, esibendo tutte le menzogne che diffondono gli organi ufficiali. I giovani dovrebbero usare i mezzi di comunicazione, di cui oggi è possibile disporre, non per cianciare, ma per sovvertire le bugie del regime. La loro indubbia padronanza degli strumenti tecnologici dovrebbe diventare un boomerang contro il sistema per creare un’informazione parallela in grado di sostituire la propaganda imperante.

L’umanità attuale pare essere diretta verso la meta della più algida cerebralità. Si è perduto il valore delle attività manuali, dalla scrittura con la penna alle più disparate forme artigianali ed artistiche che implicano un contatto con la materia. Si è perduta la relazione con la natura, non intesa in senso estetizzante, ma come ricettacolo delle energie vitali, come ricchezza materiale e spirituale. Tutto è elettronico, virtuale, smaterializzato: non trovare un modo per impedire i piani criminali sottesi alla digitalizzazione del mondo è inquietante; trovare chi è entusiasta di codesta decadenza è avvilente.

E’ giusto ed opportuno che le nuove leve della società mirino al benessere, ma dovrebbero ricordare che la tecnologia non è sinonimo di felicità. Guardino al presente ed al futuro dietro l’angolo, ma non dimentichino qual è la vera meta dell’esistenza: il rischio è che la coscienza sprofondi per sempre nel sonno della noncuranza, della sottomissione al sistema e dell’ignavia.

Se oggi fosse vivo Dante, descriverebbe un solo cerchio nell’oltretomba, un girone in cui collocare tutti i “passivi digitali”, quello degli ignavi.

[1] Vedi T. Lewan, Chip implants linked to animal tumors, The Washington post, 8 settembre 2007

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 gennaio, 2017

Prolissità

Fra i tratti che rivelano la decadenza dei nostri tempi annovereremmo la prolissità. Gli scrittori non sanno più esprimersi in modo conciso ed efficace: le recensioni di libri e pellicole cinematografiche sono ampollose ed inconcludenti, mero sfoggio di patinata erudizione; i locutori sproloquiano, ripetendo luoghi comuni con insopportabile monotonia.

Per prolissità non intendiamo solo la lunghezza spropositata di testi che potrebbero essere più incisivi, se fossero più stringati, ma ci riferiamo pure al modo ridondante e fangoso con cui si esprimono oggi quasi tutti. Si pensi a quegli spazi di reti “sociali” dove si possono scrivere solo scarni messaggi: si potrebbe fare di necessità virtù, ossia si potrebbe concentrare in un enunciato aforistico la densità del pensiero, invece notiamo che quasi tutti gli utenti si affannano ad eliminare articoli e preposizioni articolate per accorciare il testo; ne risultano enunciati monchi e balbettanti.

La brevitas può essere una sfida: è un limite che, come tutti i limiti, è suscettibile di diventare un’opportunità. Essa costringe a snellire il discorso, ad imperniare l’idea, a reperire il vocabolo acconcio per rendere il concetto. L’essenzialità sprona anche a valorizzare il testo attraverso un fulmen in clausula, un suggello inatteso e folgorante.

Il modo peggiore per trasmettere delle conoscenze è diluirle in lezioni pedanti e specialistiche: si mette a dura prova la pazienza dei destinatari, spinti nel labirinto di una terminologia per pochi iniziati, nel dedalo di rimandi che rinviano ad altri rimandi.

Rem tene, verba sequentur” ci ammonisce Catone il Censore, cioè “Conosci l’argomento, le parole verranno spontanee”. Purtroppo oggi pochissimi conoscono l’argomento ed un numero ancora inferiore conosce i vocaboli per lumeggiare il tema. Alla “comunicazione” attuale mancano il pensiero, l’elocuzione appropriata ed i riferimenti veritieri. Così una frasetta pur nella sua piccolezza risulta verbosa, perché incatramata di poche parole, tutte vuote e logore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 dicembre, 2016

Visioni del Paradiso e dell'Inferno




Più vivo intensamente la vita e più mi interrogo sull’enigma della morte. (J.K.)

Sono sempre più nutrite le testimonianze circa le cosiddette esperienze di pre-morte: in quasi tutti i resoconti i “redivivi” riferiscono di essersi inoltrati nel Paradiso e, non di rado, nell’Inferno. Sulle near death experiences, sulla loro natura e circa i loro addentellati con vissuti esplorati all’interno della Letteratura e persino dell’Ufologia, abbiamo disquisito in diverse occasioni (si veda infra); qui vorremmo, però, porre un quesito cruciale: è possibile che tali percezioni, pur nel notevole grado di realtà esperito, siano raffinati inganni alieno-arcontici? In altre parole, ha ragione chi opina che, dopo la morte, ci attenda il nulla o un sonno profondissimo in attesa della risurrezione? Lo spettacolo dell’Empireo e, di converso, dello spaventevole Tartaro potrebbero inculcare un senso di soggezione nei confronti del destino ultraterreno, rincalzando un’etica fondata non su un reale spirito di abnegazione, ma sul timore del giudizio: ne consegue una morale eterodiretta nonché una forma di controllo.

I cristiani dovrebbero sapere che la dottrina dell’immortalità dell’anima è estranea al Cristianesimo delle origini: oggi, tale concezione, mutuata da credenze e filosofie elleniche ed orientali, coesiste - in modo contraddittorio e senza che i fedeli se ne accorgano - con la fede nella rinascita nel giorno del Giudizio universale. Si ricordi, ad esempio, che la preghiera “L’eterno riposo” descrive proprio uno stato post mortem di insensibilità, escludendo una continuazione dell’esistenza in un ipotetico aldilà.

Purtroppo di fronte ad una questione fondamentale, una questione che riguarda tutti, abbiamo solo indizi frammentari ed ipotesi non verificabili. La sincerità di coloro che hanno varcato la soglia è indiscutibile; il radicale cambiamento di prospettiva, palingenesi che connota il loro percorso terreno pure. Tuttavia, un po’ come Cartesio, restiamo sempre con il dubbio che un demone possa aver architettato la frode.

Sfortunatamente né i numerosi libri né i documentari sul tema fugano le perplessità, anzi – e ciò vale per tutti gli interrogativi abissali – quanto più si approfondisce il soggetto, tanto più aumentano le domande che sorgono dalle antinomie in cui ci si imbatte.

Nel caso di un problema tanto vitale (e mortale), seguitiamo a reperire solo risposte parziali, ambigue ed insufficienti, quando avremmo bisogno della RISPOSTA.

Approfondimenti:

- Truman Cash ed il destino dell'anima, 2014
- Che cosa succede dopo la morte?, 2011
- Le esperienze di pre-morte nell'ambito dell'Ufologia, 2009

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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